Possan le mani adagiarsi
ed esser voce
dei desideri più inquieti
su di te
che paralizzi l’orizzonte
fino a sentirmi
soffocare di vertigine
sui tuoi declivi più ripidi.
Francesco Ferrante
31.03.2011 23:30
(tutti i diritti riservati, 2011)
Possan le mani adagiarsi
ed esser voce
dei desideri più inquieti
su di te
che paralizzi l’orizzonte
fino a sentirmi
soffocare di vertigine
sui tuoi declivi più ripidi.
Francesco Ferrante
31.03.2011 23:30
(tutti i diritti riservati, 2011)
Non aver paura
quando l’urgenza ardente degli occhi
ti tocca.
Nella seta della luce
che ricama la tua immagine
trova pace
la sete insistente delle mani.
E la sete interrompe l’essere
nell’attesa del fragore di quel bacio
che come onda infranga
l’insostenibile pienezza del volere.
Nella distanza silenziosa
che nega il contatto alle labbra
gli occhi tessono il sogno
cancellando i secondi.
Francesco Ferrante
28.09.2011 00:50
(tutti i diritti riservati, 2011)
Non vengo questa sera per il tuo corpo, o bestia
che i peccati di un popolo accogli, né a scavare
nei tuoi capelli impuri una triste tempesta
sotto il tedio incurabile che versa il mio baciare:
chiedo al tuo letto il sonno pesante, senza sogni,
che scenda sotto il velo segreto dei rimorsi
e che tu puoi gustare dopo le tue menzogne
nere, tu che del nulla conosci più che i morti.
Poi che il Vizio, rodendomi l’antica nobiltà,
m’ha come te segnato di sua sterilità;
ma mentre nel tuo seno di pietra abita un cuore
che crimine o rimorso mai potrà divorare,
io pallido, disfatto, fuggo col mio sudario,
sgomento di morire se dormo solitario.
Un intreccio di sguardi fuori dal tempo
e ti riconosco già,
Dolcezza rappresa negli occhi
che dentro esplode
cancellando il sonno.
Un parto di sorrisi gemelli
e la notte non c’è più,
un disciogliersi in seta degli attimi
che nasce dal solo sentirsi.
La crudeltà del tempo decreta il distacco
e non resta che ritrarci nel ricordo
sublimando l’ultimo istante:
siamo mani che si sfiorano,
meraviglia che gorgoglia
precipitando in un abbraccio.
Francesco Ferrante
03.09.2011 03:45
(tutti i diritti riservati, 2012)
Stasera, la luna sogna con più abbandono,
come una bella donna che, abbandonata sui cuscini,
prima di addormentarsi accarezza
i seni con mano distratta e leggera.
Ecco, sul dorso lucido di molli valanghe,
morente s’abbandona a lunghi deliqui
e volge gli occhi a bianche visioni
che salgono nell’azzurro come fioriture.
A volte, nel suo ozioso languore, fa cadere
una lacrima furtiva sulla terra,
e allora un pio poeta, nemico del sonno,
raccoglie nel cavo della mano la pallida lacrima
dai riflessi iridati come un frammento d’opale
e la ripone nel suo cuore lontano dagli occhi del sole.
Non ti ritrovo più
laggiù nella distanza, esatta col suo nome,
dove tu eri assente.
Per venirmi a cercare
l’abbandonasti. Uscisti dall’assenza,
e ancora non ti vedo e non so dove sei.
Invano ti potrei cercare
là dove il mio pensiero tante volte
andò a sorprendere il tuo sonno,
o il tuo riso, o il tuo gioco.
Non sono più lì, che con te li hai portati;
li hai portati via, sì, per consegnarli a me,
ma sei ancora in cammino
tra il qui e il lì. Tieni la mia anima
tutta sospesa sopra il gran vuoto,
senza poter baciare la certezza del tuo corpo
che sta per arrivare,
sfuggita la tua forma assente
non giunta ancora dalla nota assenza
dove, sognando, noi ci riunivamo.
La tua sola vita è desiderio d’arrivare.
Nel tuo cammino vivi, nel tuo venire verso me,
non nel mare, sulla terra, nell’aria,
che ansiosa attraversi col tuo corpo
come se viaggiassi.
Ed io, smarrito, cieco,
non so come raggiungerti, là dove sei,
se aprendo semplicemente la porta,
o gridando, o se solo
mi potrai sentire, ti giungerà la mia ansia,
nell’assoluta attesa immobile
dell’amore, imminenza, gioia, panico,
senz’altre ali che silenzi, ali.
Pugnalare la mia giovinezza con disperati coltelli, indossare
la vistosa livrea di questa età indegna,
lasciare che ogni mano infame arraffi il mio tesoro,
mescolare la mia anima tra i capelli di una donna,
ed essere soltanto il lacchè della Fortuna…Giuro
che io non amo tutto ciò! Son cose che per me significano meno
della spuma leggera che increspa il mare,
meno della lanugine nell’aria d’estate
che non ha seme: meglio stare in disparte
lontano da questi sciocchi maldicenti che si fan beffe della mia vita
senza conoscermi, meglio il tetto più infimo
adatto ad accogliere i peggiori bifolchi
che tornare a quella rauca caverna di scontri
dove per la prima volta la mia anima bianca baciò la bocca del peccato.
Quando sbagli chiedi scusa! Una buona scusa è formata da tre parti: “Mi dispiace”, “Era colpa mia”, “Cosa posso fare per rimediare?”. La maggior parte della gente salta la terza parte, è da questo che puoi capire chi è sincero.
L’esperienza è ciò che ottieni quando non sei riuscito a ottenere ciò che volevi.
Ogni ostacolo, ogni muro di mattoni, è lì per un motivo preciso. Non è lì per escluderci da qualcosa, ma per offrirci la possibilità di dimostrare in che misura ci teniamo. I muri di mattoni sono lì per fermare le persone che non hanno abbastanza voglia di superarlo. Sono lì per fermare gli altri.
Quando fai qualcosa di sbagliato e nessuno si prende la briga di dirtelo, significa che è meglio cambiare aria. Chi ti critica lo fa perché ti ama e ti ha a cuore.
Non perdete mai la capacità di stupirsi tipica dei bambini. È troppo importante. È quella a spingerci ad andare avanti, ad aiutare gli altri.
La fortuna è quel momento in cui la preparazione incontra l’opportunità.